{"id":433,"date":"2022-05-28T08:46:00","date_gmt":"2022-05-28T08:46:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.torridisambucapistoiese.it\/wp\/?page_id=433"},"modified":"2022-05-28T12:15:38","modified_gmt":"2022-05-28T12:15:38","slug":"i-carbonai-di-torri","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/i-carbonai-di-torri\/","title":{"rendered":"I carbonai di Torri"},"content":{"rendered":"<p><em>di Alberto Pucci<\/em><\/p>\n\n\n<p>Elaborare un saggio sull\u2019antico mestiere dei carbonai nel quale si incrociano di- versi aspetti (foto, documenti, affermazioni dirette) ha per fine quello di favorire il ripensamento delle proprie radici e di ritrovare l\u2019identit\u00e0 perduta nell\u2019oblio del tempo. Le memorie degli anonimi, di coloro che non lasciano tracce nella storia, sono co- munque importanti e devono essere valorizzate &nbsp;affinch\u00e9 una comunit\u00e0 si riappropri del proprio passato. Si potranno cos\u00ec riconsiderare le asperit\u00e0 di una vita vissuta all\u2019insegna di una condizione economica e sociale difficile, &nbsp;ma costellata anche da sentimenti semplici e profondi <sup>1 <\/sup> . <br>Gi\u00e0 a partire dalla met\u00e0 del XVIII secolo molte persone di Torri avevano iniziato ad andare nella Maremma toscana e laziale a lavorare come taglialegna e carbonai, ma fu agli inizi del secolo scorso che l\u2019emigrazione stagionale divenne una consuetudine. Le famiglie erano numerose e le risorse del territorio sempre pi\u00f9 insufficienti a compensare il forte incremento demografico <sup>2<\/sup><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"767\" height=\"492\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter_01.bmp\" alt=\"Cartlina di Torri del 900\" class=\"wp-image-437\"\/><figcaption>Il paese di Torri nei primi anni del Novecento (propriet\u00e0 Alberto Pucci) <sup>3<\/sup><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">In questa vecchia cartolina non viaggiata (allora lo spazio bianco in basso a destra era riservato al testo da scrivere, mentre l\u2019indirizzo era posto sul retro) possiamo notare i tetti delle case coperti da lastre lavorate nelle vicine cave di pietra. La mancanza sulla parete della canonica del monumento ai caduti della prima guerra mondiale ci rende certi dell\u2019antichit\u00e0 dell\u2019immagine.<br> Ai primi del Novecento il paese era ancora chiuso in un forzato isolamento ed era raggiungibile soltanto attraverso gli stretti ed irti sentieri ereditati dal Medioevo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei mesi di novembre e dicembre, dopo la raccolta delle castagne, gli uomini partivano da Torri per ritornare soltanto a marzo o aprile. I taglialegna tornavano a casa intorno a Pasqua, ma i carbonai anche alla fine di giugno.<br>Essi erano consapevoli dei sacrifici e dei rischi che avrebbero corso: scarsit\u00e0 di<br>cibo, lavoro pesante per quasi tutte le ore del giorno e, a volte, della notte, mancanza di riposo nei giorni di festa, possibilit\u00e0 di contrarre malattie (come la malaria), infortuni occasionali. Nonostante questo, lasciavano il paese con la speranza di guadagnare almeno il necessario per vivere.<br>Non a caso nelle fotografie di inizio secolo possiamo notare una maggioranza di<br>femmine rispetto ai maschi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"485\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter02.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-439\"\/><figcaption>ritratto di famiglia (propriet\u00e0 Gianluca Giannini). <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Sul sentiero che dal paese porta alla Torraccia questa famiglia di Torri, di cui si \u00e8 persa la memoria, si \u00e8 fermata per una foto ricordo. Il 15 agosto \u00e8 un giorno di festa per la comunit\u00e0 e il suono delle campane suscita un\u2019atmosfera di allegria. La persona anziana, presumibilmente vedova, \u00e8 attorniata dai parenti che indossano i loro abiti migliori e sorridono. Per un giorno almeno vengono lasciati da parte i sacrifici della vita quotidiana. Chiss\u00e0 quali sogni, aspirazioni, desideri, drammi, speranze si nascondono nei loro sguardi che hanno reso questo attimo eterno!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">Nei tempi pi\u00f9 antichi coloro che andavano a lavorare si recavano a piedi fino al<br>luogo di destinazione. Per arrivare impiegavano circa una settimana, compreso il<br>tempo che occorreva per prendere gli accordi con il capomacchia (l\u2019impresario che indicava alle maestranze le zone del bosco ove lavorare) e farsi indicare da lui con precisione l\u2019appezzamento di bosco che avrebbero dovuto tagliare. Solo in seguito si servirono dei mezzi pubblici.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter03.bmp\" alt=\"certificato di viaggio\" class=\"wp-image-445\" width=\"556\" height=\"789\"\/><figcaption>Un certificato di viaggio (propriet\u00e0 Giuliana Battistini). <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Questo documento, rilasciato dal comune di Sambuca Pistoiese il 30 novembre 1897, attesta che Govi Luigi del fu Alessio, residente in questo comune [frazione di Torri] e che esercita il mestiere di taglialegna, deve partire dalla stazione di Pistoia per quella di Montepescali seguendo la via di Pistoia \u2013 Pisa, onde recarsi a lavorare temporaneamente presso il sig. Giovanni Bacci a Roccastrada (Grosseto) per una lavorazione carbonifera nel periodo dal dicembre 1897 al luglio 1898. Viene inoltre specificato che la validit\u00e0 del presente certificato cessa alla mezzanotte del quindicesimo giorno da quello del rilascio, questo compreso. In fondo alla pagina \u00e8 stato apposto il timbro con la data Pistoia 2 dic. In alto, invece, la precisazione che il viaggio avverr\u00e0 in vetture ordinarie di 3a classe<sup>4<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">Una volta sul posto gli uomini erano raggruppati in compagnie scelte dal datore<br>di lavoro e formate da quattro, cinque o pi\u00f9 operai che facevano vita in comune. Il<br>pi\u00f9 anziano ed esperto trattava con il padrone e distribuiva i compiti e i guadagni<sup>5<\/sup>.<br>All\u2019inizio gli alberi venivano tagliati con le accette e con le grandi seghe a due<br>mani e ripuliti con il pennato dai rami pi\u00f9 piccoli.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized is-style-default\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter04.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-448\" width=\"583\" height=\"361\"\/><figcaption>Il taglio del bosco (propriet\u00e0 Flora Gioffredi)<sup>6<\/sup>.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">I carbonai di Torri erano famosi per la quantit\u00e0 e la qualit\u00e0 del carbone che riuscivano a produrre. In quattro mesi e mezzo o poco pi\u00f9 potevano tagliare, spezzare, e portare nelle piazze carbonaie 500 metri cubi di legna.<br>Questa foto del 1934 fu inviata da Amato Gioffredi alla moglie con una dedica: \u2026per mio ricordo e per farti vedere come si lavora in Sabaudia. Amato \u00e8 al centro, a torso nudo e con la trivella. A partire da sinistra, vi sono Giuseppe Biolchi e Orazio Bertinelli con il mazzo (un martello di legno rinforzato alle estremit\u00e0 con anelli di ferro), Gino Bertinelli e Parise Biolchi con il segone (una grande sega lunga circa 155 centimetri con impugnature di legno laterali e una lama con denti di cm 8 circa) e Ruggero Biolchi che impugna una zeppa (cuneo di ferro acuminato ad una estremit\u00e0). In seconda fila, accanto ad Amato, \u00e8 riconoscibile Giovanni Masolini con l\u2019accetta alzata. Dietro di loro si vedono Alberto Bertinelli e, seduto, Diletto Biolchi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">In seguito la legna veniva accatastata in pezzi di un metro e quindi portata con i<br>muli in uno spiazzo (la superficie liberata dagli alberi) del bosco, dove sarebbe stata<br>allestita la carbonaia.<br>Per la sua costruzione si provvedeva a piantare nel terreno tre pali di circa tre<br>metri e mezzo di lunghezza e distanti tra loro una trentina di centimetri. Questo spazio<br>cilindrico serviva da camino, ossia costituiva il nucleo centrale attorno al quale,<br>con un effetto avvolgente, era disposta la legna. Al termine di questa operazione la<br>carbonaia assumeva l\u2019aspetto di una cupola.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized is-style-default\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter05.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-451\" width=\"611\" height=\"315\"\/><figcaption>Una carbonaia in allestimento (propriet\u00e0 Adriana Gioffredi).<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Questa carbonaia fu realizzata nei pressi di Lentula intorno alla met\u00e0 del secolo scorso. La foto, relativamente recente, dimostra che il carbone continuava ad essere prodotto, sia pure in una quantit\u00e0 decisamente minore.<br>Con il passare degli anni, infatti, fu utilizzato soprattutto per alimentare i barbecue per i pranzi all\u2019aperto e, pi\u00f9 raramente, per produrre calore in un ambiente chiuso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">La superficie esterna era poi ricoperta con rami di alberi sempreverdi, terra, foglie<br>umide e ghiove (zolle di terra e di erba verde), in modo da ottenere un effetto isolante.<br>A questo punto la carbonaia veniva accesa gettando all\u2019interno, attraverso il foro<br>centrale del camino, delle braci ardenti.<br>La cottura iniziava nella parte pi\u00f9 alta della carbonaia. Mediante delle aperture<br>praticate con dei pali sottili, dalle quali far uscire il fumo, veniva quindi spostata<br>progressivamente verso il basso. Questi sfiatatoi laterali dovevano rimanere aperti<br>per tutti i 13-14 giorni del processo di carbonizzazione. I carbonai dovevano seguire<br>attentamente la cottura sia di giorno che di notte, in modo da evitare che la legna<br>bruciasse completamente, alimentando la brace con i mozzi (pezzetti di legna tagliati<br>molto corti). Nello stesso tempo, dovevano essere pronti ad intervenire per proteggere<br>la carbonaia dalle intemperie (vento impetuoso, temporali) o dal passaggio di animali<br>(capre, vacche) che avrebbero potuto provocare lo spegnimento del fuoco.<br>Dopo una decina di giorni il terriccio di copertura diventava nero e anche il fumo<br>assumeva una tonalit\u00e0 diversa. Quando appariva meno denso e di un colore turchino<br>il carbone era pronto. Allora si raffreddava la carbonaia con palate di terra e si spegnevano con l\u2019acqua gli eventuali tizzoni rimasti accesi.<br>La qualit\u00e0 e la quantit\u00e0 del carbone ottenuto variavano a seconda del legname<br>usato. Un metro di legna di faggio o di quercia poteva rendere 80 chili, mentre un<br>metro di legna di castagno 50 chili<sup>7<\/sup>.<br>Il carbone veniva infine messo nei sacchi e caricato sui muli per essere consegnato<br>dai vetturini a coloro che ne avevano fatto richiesta.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image is-style-default\"><figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter06.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-454\" width=\"458\" height=\"575\"\/><figcaption>La consegna del carbone ad una famiglia del paese (propriet\u00e0 Maria Battistini).<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\"><br>Le balle di carbone, collocate sui basti, sono finalmente arrivate e stanno per essere scaricate. \u00c8 un avvenimento di cui essere lieti. Le donne si occuperanno della loro collocazione in un ambiente asciutto e facilmente accessibile. Da notare, tuttavia, che la maggior parte del carbone prodotto era destinata ad un uso industriale (in particolare per le fonderie)  oppure veniva esportata all\u2019estero<sup>8<\/sup>.<br>Il costo di questo combustibile era talmente elevato che poche famiglie di Torri potevano permettersi di utilizzarlo per il riscaldamento domestico, a parte coloro che facevano questo lavoro ed erano capaci di arrangiarsi con la legna che avevano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">Di solito i carbonai partivano dal paese da soli, soprattutto se non erano sposati.<br>Se qualcuno di loro, al suo ritorno, desiderava unirsi in matrimonio, doveva prima ottenere un certificato rilasciato dalla curia vescovile attestante il perdurare del suo celibato. Nell\u2019Archivio Diocesano di Pistoia sono conservati diversi attestati di libert\u00e0 di stato di persone che erano state a lavorare in Maremma<sup>9<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image is-style-default\"><figure class=\"aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter07.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-456\" width=\"512\" height=\"809\"\/><figcaption>Certificato di libert\u00e0 di stato (Archivio Diocesano di Pistoia, CXV, 19, Torri, Miscellanea).<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Questo documento fu rilasciato in  occasione della richiesta di matrimonio di Giovanni del fu Pietro Gioffredi con Maria Colomba di Silvio Bertinelli, entrambi del popolo di Torri. Il certificato, datato 19 luglio 1793, attesta la di lui libert\u00e0 di stato per tutto il tempo che alle solite stagioni dell\u2019inverno \u00e8 stato assente da questa diocesi e  nominatamente nelle Maremme, cio\u00e8 dal mese di novembre 1785 fino al giugno prossimo decorso. Di conseguenza, pu\u00f2 il legittimo paroco, servatis servandis, congiungere i sopraddetti contraenti in matrimonio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\">A volte, invece, era tutta la famiglia a trasferirsi nella zona dove c\u2019era legna da<br>ardere per fare il carbone.<br>Era quindi necessario edificare una capanna abbastanza grande capace di contenere<br>pi\u00f9 persone. Questa baracca era fabbricata con pali, assi di legno e ghiove.<br>Era coperta con mazzi di ginestre strettamente legati tra loro e posti sul tetto l\u2019uno<br>accanto all\u2019altro nel senso della lunghezza in modo da impedire alla pioggia di penetrare all\u2019interno. In questo ambiente i componenti del nucleo familiare dormivano, mangiavano e si riparavano dalle intemperie.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized is-style-default\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter08.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-459\" width=\"580\" height=\"326\"\/><figcaption>La famiglia di Jacopo Gioffredi (propriet\u00e0 Lina Gioffredi).<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Una capanna rudimentale, gli uomini che hanno per un momento sospeso il lavoro, alcuni alberi abbattuti. In questa foto del 1936 non si vuole dare importanza alle persone, ma documentare il luogo in cui erano costrette a vivere durante i lunghi mesi invernali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left has-normal-font-size\">L\u2019alimentazione era basata essenzialmente sul consumo della polenta di granturco<br>con l\u2019aggiunta di un po\u2019 di formaggio oppure di alcune salacche (sardine conservate<br>sotto sale).<br>Per l\u2019acquisto di generi alimentari chiunque era obbligato a rivolgersi alla dispensa<br>del datore di lavoro. Cos\u00ec la paga si riduceva inevitabilmente e, di conseguenza,<br>molti carbonai preferivano patire la fame.<br>Al faticoso impegno degli uomini, occupati per tutti i giorni della settimana, si<br>aggiungeva la gravosa responsabilit\u00e0 delle donne. Oltre a pensare a tutte le necessit\u00e0<br>della famiglia dovevano far crescere i figli e portare a termine un\u2019eventuale gravidanza.<br>Anche i bambini dagli otto ai dodici anni sgobbavano come gli altri. Essi facevano<br>il meo. Cos\u00ec era chiamato colui che aiutava i carbonai nel loro lavoro nel bosco: provvedeva alla pulizia dell\u2019ambiente, andava a prendere l\u2019acqua da bere, accendeva il<br>fuoco per cuocere la polenta, preparava i mozzi con il pennato per infuocare (ravvivare<br>con il fuoco) la carbonaia.<br>La tradizione orale ci ha lasciato una composizione che riflette bene le difficili<br>condizioni di vita di questi ragazzi. Questa poesia veniva recitata a memoria da Serafino<br>Battistini (nato nel 1913), uno dei tanti torrigiani che aveva lavorato in Maremma<br>e che forse, da bambino, aveva fatto quel mestiere. I versi furono raccolti da<br>don Anselmo Mattei (nato nel 1915), parroco del Monachino, e completati, in alcune<br>parti lacunose, da Alfano Grillandini, un altro paesano che si dilettava con le rime<sup>10<\/sup>.<br>Lo schema metrico \u00e8 quello dell\u2019ottava toscana: ciascuna strofa \u00e8 composta da otto<br>versi rimati che seguono lo schema ABABABCC, ossia i primi sei endecasillabi sono<br>a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata, comunque diversa da quella dei versi<br>precedenti:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\"><br><strong>La storia del Meo<\/strong><br>Aveo dieci anni quando per destino<br>rimasi senza babbo e senza dote.<br>Ero dei figli maschi il pi\u00f9 grandino,<br>mamma malata, lavorar non pote.<br>Sentio la fame sempre a me vicina,<br>dea miseria sempre pi\u00f9 mi scote.<br>Mi feci forza con grande premura<br>e col coraggio vinsi la paura.<br>Fin da bambino la madre natura<br>mi fece sentir forte inclinazione<br>e grande amore alla letteratura.<br>Quindi cominciai con grande passione,<br>agli studi mi detti con grande cura,<br>traendone tanta soddisfazione.<br>Ma fu gioco forza cambiar pensiero<br>per guadagnarmi il pane giornaliero.<br>Mi prese un carbonaio calloso e nero,<br>mi tenne una campagna alla foresta.<br>Dura fatica, tenero com\u2019ero<br>immaginate voi se fu molesta.<br>Per me solo ubbidienza e dire il vero:<br>le massime inculcate nella testa.<br>Non ebbi mai un ordine sentito<br>che mi penta d\u2019aver trasgredito.<br>Non aveo un lavor ancor finito<br>che mi ordinava pi\u00f9 d\u2019una faccenda.<br>\u201cSvegliati, Meo, che presto avrai finito,<br>se non vuoi che il padrone ti contenda\u201d.<br>\u201cFa\u2019 presto Meo: subito ammannito<br>bolli il paiolo e la farin discenda.<br>Urla: AUH pria che sia ben cotta.<br>Noi risponderem: Veniam di trotta\u201d.<br>Appena che una fetta in bocca \u00e8 rotta,<br>perch\u00e9 del mio lavor io non ne goda,<br>mi d\u00e0 dell\u2019imbecille o di marmotta<br>dicendo: non \u00e8 cotta oppur \u00e8 soda,<br>mentre io l\u2019aveo a termine condotta<br>con tutte le bont\u00e0 che il cuoco loda.<br>Pria che finissi di mangiare e bere<br>mi fa tosto rizzare da sedere.<br>\u201cMeo, va\u2019 il carbone a rivedere<br>e guarda che non bruci, dammi retta.<br>Fa\u2019 alla svelta, non ti trattenere,<br>non ti scordar il pennato n\u00e9 l\u2019accetta<br>per trinciar la legna, vai a vedere:<br>dev\u2019essere gi\u00e0 piena la barletta,<br>portala gi\u00f9, ma fai come un razzo,<br>raccatta il carbone e fai lo spiazzo\u201d.<br>\u201cIo in strada non voglio imbarazzo\u201d,<br>dice il padrone \u201csterra lo stradello.<br>Il somondino che \u00e8 nel fosso in guazzo<br>un po\u2019 pi\u00f9 tardi porta gi\u00f9 anche quello.<br>Riunisci tutto quanto nello spiazzo.<br>Occorre anche il vaglio e il rastrello.<br>E poi riguarda quelle carbonare<br>che capre e vacche non l\u2019abbiano a sciupare\u201d.<br>\u201cMeo, la foglia \u00e8 da rastrellare,<br>la carbonaia \u00e8 quasi calzolata,<br>la legna hai ancora da trinciare:<br>guarda non ci mettere una giornata.<br>Per la buca le zolle hai da fare,<br>perch\u00e9 di sopra non \u00e8 ultimata.<br>Prepara il fittone e l\u2019infochina:<br>deve fumare innanzi domattina\u201d.<br>Io piansi per il gelo e per la brina,<br>per i trattamenti di quell\u2019uomo infame,<br>costretto a risparmiare la farina,<br>restavo quasi sempre con la fame.<br>Carne se ne mangi\u00f2 tanto pochina,<br>ad onta dello spiedo e del tegame.<br>Il pane l\u2019assaggiai per Natale,<br>altre due volte: a Pasqua e Carnevale.<br>I fagioli non ci fecero male,<br>un baccal\u00e0 ci fece una stagione,<br>neanche una cotenna di maiale,<br>formaggio punto \u201cmanco\u201d a colazione,<br>tutta robaccia conteneva sale,<br>salacche, aringhe con molta arsione.<br>Ma un giorno all\u2019improvviso vidi \u201ctosto\u201d:<br>il padrone mangiava di nascosto.<br>\u00c8 falso, abituato a dir l\u2019opposto<br>specie ogni giorno che al paese \u00e8 andato.<br>Portarmi i fichi secchi avea promesso,<br>poi dice che l\u2019ha persi o s\u2019\u00e8 scordato.<br>Son giovane, ma il mondo lo conosco:<br>vado a vedere dove avea covato<br>ritrovo i semi di quei fichi stessi<br>n\u00e9 persi n\u00e9 scordati, sol promessi.<br>Mai pi\u00f9 tornar vorrei in quei pressi<br>pensando che spesso anche l\u2019orina<br>bisognava che alle volte la facessi<br>lavorando o mentre si cammina,<br>ma non perch\u00e9 io ero tra i pi\u00f9 fessi.<br>Di quella brutta vita malandrina<br>d\u2019arrivare alla fine non credeo,<br>ma Dio mi guardi dal rifare il meo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-normal-font-size\"><br>Tagliare la legna in piccoli pezzi era certamente un incarico piuttosto rischioso<br>per un bambino.<br>Michele Antonini (nato nel 1912), era andato in Maremma con il fratello e i genitori<br>all\u2019et\u00e0 di nove anni a fare il &#8220;meo&#8221;<sup>11<\/sup>. <br>Un giorno, mentre preparava i mozzi con il pennato si tagli\u00f2 quasi del tutto un pollice. La mamma lo accompagn\u00f2 all\u2019ospedale di Pistoia, dove i medici constatarono la quasi amputazione del dito e lo ricucirono senza anestesia. Sarebbe potuto rimanere in convalescenza a Torri, ma scelse di tornare subito in Maremma insieme alla madre.<br> E questo per la paura che il padrone non liriprendesse a lavorare.<br>I carbonai, infatti, non erano coperti da nessuna assicurazione e potevano essere<br>licenziati per qualsiasi motivo perfino prima che avessero completato il loro incarico.<br>Non era facile, d\u2019altra parte, essere assunti. Dino Biolchi di Oreste, un torrigiano<br>nato nel 1922, quando aveva quattordici anni and\u00f2 con il babbo in Maremma<sup>12<\/sup>.<br> Suo padre si present\u00f2 al padrone con il cappello in mano, si mise in ginocchio e gli chiese se potevano essere assunti. Il padrone gli rispose in modo affermativo e aggiunse di presentarsi al capomacchia e di mettersi d\u2019accordo con lui. Quando furono soli, Dino domand\u00f2 al padre perch\u00e9 si era messo in ginocchio e lui gli disse: Caro mio, con poco si campa e con niente si muore.<br>Gli echi delle lotte sociali giunsero a Torri in modo attenuato. Non c\u2019erano n\u00e9 le<br>condizioni n\u00e9 la voglia n\u00e9 informazioni sufficienti per intraprendere un\u2019azione che<br>portasse a delle condizioni di vita migliori. Ancora meno, per questioni politiche,<br>durante il fascismo.<br>Solo una volta ci fu una sia pure timida protesta. Un vecchio di Torri, Pietro Battistini del fu Giuseppe, morto nel 1951, raccont\u00f2 che un giorno quelli della sua compagnia decisero di riposarsi in occasione di una domenica. Una volta finito il lavoro,<br>fecero i conti di quanto avevano guadagnato e si accorsero che erano stati pagati<br>quanto quelli che avevano lavorato nel giorno di festa <sup>13<\/sup>.<br>Fu comunque un episodio isolato. Gli anni della prima guerra mondiale e dell\u2019epidemia<br>dell\u2019influenza spagnola furono contraddistinti da una tenace lotta per la sopravvivenza.<br>Negli Anni Trenta, invece, Torri conobbe un nuovo e deciso aumento della popolazione,<br>tanto da raggiungere il numero di 1060 residenti<sup>14<\/sup>. <br>Durante questo periodo la richiesta di carbone aument\u00f2 sensibilmente e i torrigiani ripresero con pi\u00f9 insistenza a lavorare in Maremma e in altri luoghi continuando a dare il loro contributo di qualit\u00e0 e di esperienza.<br>Ora il combustibile prodotto non veniva pi\u00f9 trasportato con i muli, ma con i veicoli<br>a motore riempiti fino al limite della loro capienza.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-style-default\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"467\" src=\"https:\/\/www.lbcloud.it\/torri\/wp-content\/uploads\/2022\/05\/nueter09.bmp\" alt=\"\" class=\"wp-image-465\"\/><figcaption>Il caricamento del carbone (propriet\u00e0 Franco Matteoni).<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">\u00c8 il 12 agosto 1935 e Anchise Matteonie Gino Bertinelli, aiutati da un\u2019altra persona, sistemano sul camion le balle di carbone.<br>Anche questa foto, catturando un frammento di vita vissuta, tocca da vicino il tema dell\u2019identit\u00e0e della memoria e ci fa meditare sul senso dell\u2019esistenza, su ci\u00f2 che rimane e sull\u2019impronta che viene lasciata dal nostro passaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Un nuovo e definitivo cambiamento, tuttavia, doveva avvenire dopo l\u2019ultima guerra.<br>Il volontario trasferimento di molte persone nelle citt\u00e0, dove si poteva condurre un<br>tenore di vita migliore, provoc\u00f2 il progressivo spopolamento del paese. Nello stesso<br>tempo l\u2019utilizzo di nuove fonti energetiche (come il gas servito in bombole) determin\u00f2<br>la crisi del mestiere del carbonaio. In breve tempo, a Torri, non rimase pi\u00f9 nessuno a<br>compiere questa attivit\u00e0.<br>Oggi ci restano le fotografie sbiadite, i documenti consunti, i racconti tramandati<br>da padre a figlio. Sono testimonianze che sanno di vero e di ricordi, di spontaneit\u00e0<br>e di integrazione fra il vissuto della gente e quel territorio aspro e lontano con i suoi<br>condizionamenti naturali e sociali. Ma la Maremma \u00e8 stata capace anche di divenire<br>un luogo dell\u2019anima in cui lo scorrere del tempo e la ciclicit\u00e0 delle stagioni hanno<br>contraddistinto a Torri intere generazioni e reso pi\u00f9 profondo il senso della vita.<br><br><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\"><br><br><sup>1<\/sup> Le fotografie della gente di Torri sono state in un primo momento raccolte dallo scrivente e, inseguito, da Giampaolo Tamburini, autentica memoria storica per la conoscenza delle famigliedel paese. A lui va il nostro pi\u00f9 sincero ringraziamento per la quantit\u00e0 delle immagini catalogate,alcune di esse davvero interessanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\"><br><sup>2<\/sup> Nel 1912 il paese raggiunse uno dei suoi massimi storici con ben 1020 abitanti (cfr. A. Pucci, Torri e la sua chiesa. Uno sguardo d\u2019insieme, Pistoia, Gruppo di studi alta valle del Reno, Parrocchia di Torri, 2019, p.27).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\"><br><sup>3<\/sup> Pucci, Torri e la sua chiesa.<br><sup>4<\/sup> Come non ricordare, a questo proposito, il capolavoro del pittore Honor\u00e9 Daumier (1808-1879) Il vagone di terza classe, 1862-1865, National Gallery of Canada, Ottawa. Il quadro evidenzia magistralmente la condizione in cui le persone povere erano costrette a viaggiare: ammassate in modo promiscuo su duri sedili di legno. Nel dipinto ciascuno appare solo con i propri pensieri, ma da ogni sguardo traspare una comune rassegnazione ad una vita di sofferenza. Il viaggio di Luigi Govi non doveva essere stato molto diverso.<br><sup>6<\/sup> P. Gioffredi, Boscaioli di Torri a Sabaudia, nell\u2019Agro Pontino, in \u201cNu\u00e8ter\u201d, XVIII, 1992, n. 36, Idem, Torri, Museo della vita quotidiana, p. 33.<br><br><sup>7<\/sup> A. Mattei, Tradizioni e vecchie usanze di Monachino e Torri, Pistoia, Tipografia Dami, p. 33.<br><br><sup>8<\/sup> Gioffredi, Mestieri e tradizioni, p. 27.<br><br><sup>9<\/sup> Alcuni di questi editi in Pucci, Torri e la sua chiesa, p. 22, figg. 10 e 11.<br><br><sup>10<\/sup> A. Mattei, I miei ricordi di Torri e del Monachino, Pistoia, Tipografia Dami, 2000, pp.86-<br>90.<br><br><sup>11<\/sup> A. Ottanelli, P. Gioffredi, Torri: terra d\u2019emigranti, in Torri. Storia, Tradizioni, Cultura, Atti<br>degli incontri culturali dal 1996 al 2002, a cura di P. Gioffredi, Rastignano (BO) 2003, pp.<br>121-136.<br><br><sup>12<\/sup> Mattei, Tradizioni e vecchie usanze, pp. 34-35.<br><br><sup>13<\/sup> Ibidem, p. 32.<br><br><sup>14<\/sup> Pucci, Torri e la sua chiesa, p. 29.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Alberto Pucci Elaborare un saggio sull\u2019antico mestiere dei carbonai nel quale si incrociano di- versi aspetti (foto, documenti, affermazioni dirette) ha per fine quello di favorire il ripensamento delle proprie radici e di ritrovare l\u2019identit\u00e0 perduta nell\u2019oblio del tempo. 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