Come si faceva il pane una volta

di Marcella Gioffredi
Tutto cominciava dalla ‘madre del lievito’, ottenuta lasciando di volta in volta un pezzo di pane ancora da cuocere, che veniva fatta riposare in un secchio per il tempo di lievitazione ed alla quale venivano aggiunti: il lievito di birra, sale ed acqua più o meno calda. Il lievito così ottenuto veniva trasferito nella madia e su di esso cadeva la farina passata con lo staccio (‘stacciata’ appunto), che veniva fatto scorrere sulla stecca posta all’interno madia.
Questo momento richiedeva tempo ed energia di braccia, per impastare e rivoltare, impastare e rivoltar a volte anche trenta chili di farina !

L’impasto veniva poi passato ‘a bracciate’ sulla spianatoia (tavola bordata su tre lati) per essere tagliato in pezzi.
Con l’aiuto di una mestola di legno, i pani venivano adagiati sulle tavole, (sorta di lunghi e stretti vassoi di legno, bordati, ciascuno dei quali poteva ospitare anche venti pani), ben separati gli uni dagli altri dalle pieghe del telo di lino infarinato che ricopriva il fondo.
Intanto nel forno ardeva un bel fuoco di fascine; ne venivano usate ben tre o quattro per fornata, dipendeva da quanto tempo era passato dall’ultima volta che il forno era stato riscaldato.
Il forno era pronto quando il ‘cielo’ di mattoni cambiava di colore, cioè da nero tornava bianco per l’elevato calore. Seguiva la spazzatura: si toglievano le braci con il tirabrace, un lungo e ricurvo arnese di ferro, quindi con gli spazzatoi si puliva ben bene il piano del forno.
Gli spazzatoi altro non erano che dei bastoni, sufficientemente lunghi da arrivare fino in fondo al forno, ad un’estremità dei quali venivano fissati con una campanella vecchi pantaloni, giubbe smesse o teli di cotone, purchè fossero di stoffa robusta. Per pulire bene il forno era necessario sciacquare gli spazzatoi, in recipienti a portata di mano o meglio in qualche torrentello vicino.

Occorreva quindi sapere se la temperatura era idonea o meno per la cottura del pane: per fare questo non si usavano termometri, bensì un pugno di pasta di pane, che dopo l’aggiunta di un po’ di zucchero veniva stesa sulla pala di legno, cosparsa di olio ed infornata. Il risultato era una schiacciata dorata e profumata.
Questa fase, però, non poteva protrarsi a lungo per non togliere calore al forno e compromettere così la cottura del pane.
I pani venivano passati uno per uno dalle tavole alla mestola tirando con un gesto deciso il telo per le pieghe. Aveva così inizio la messa in forno: dal telo alla mestola, dalla mestola alla pala, già appoggiata alla stretta imboccatura del forno e cosparsa di farina gialla per evitare l’aderenza del pane in lievitazione con il legno. Con la pala si introducevano i pani nel forno tenendola sollevata e sfilandola, dopo, con un rapido movimento all’indietro. La disposizione dei pani richiedeva una certa abilità per impedire che si baciassero tra loro, altrimenti ne sarebbe risultato un pane con la crosta irregolare e ruvida lungo i lati.

Non si poteva riaprire il forno prima di un’ora, ed a quel punto cominciava a spandersi intorno l’inconfondibile odore del pane.
Dalla bocca del forno si affacciavano grossi pani alti e dal bel color biscotto. Per una o due volte veniva controllato che la cottura fosse uniforme, cioè veniva scambiata la posizione dei pani al centro, già cotti, con quella dei pani ai lati. I più erano già cotti ed allora, velocemente perché scottavano, venivano presi in mano uno ad uno e, con uno spazzolino di saggina, privati dei residui di cenere e di farina. I pani, tutti in fila, raffreddavano, poi, sulle tavole, ma stavolta senza teli.
Nel frattempo veniva infornata un’altra decina di pani: quelli che sarebbero divenuti ‘cotti in bianco’, più bassi e più chiari per la temperatura ormai smorzata.
Il calore del forno si manteneva anche dopo questa seconda infornata, tanto che bastava per cuocere dei dolci o per tostare il pane o per asciugare i teli.

In estate era preferibile fare il pane di primo mattino perché con il salire della temperatura si rischiava di ‘farlo passare di lievito’; per il motivo contrario, in inverno, era meglio scegliere la tarda mattinata.
L’intera lavorazione durava circa quattro ore.

La figura del Procaccia a Torri

di Paolo Gioffredi

Leggiamo sullo Zingarelli: «Procàccia: Chi, spec. un tempo, si incaricava, dietro compenso, di fare commissioni o di trasportare merci, lettere, pacchi da un luogo all’altro».
Anche nella Sambuca esistevano i procaccia: portavano, a piedi, la posta dall’ufficio centrale di Taviano a tutti i paesi del comune.
Era un lavoro duro: si lavorava tutti i giorni compresa la domenica, con qualsiasi tempo e stagione, con il sacco della posta sulle spalle. Era un lavoro anche pericoloso: per tale motivo i procaccia erano obbligati a fare una assicurazione personale.


Da Taviano, la posta veniva trasportata a Treppio, percorrendo una lunga e ripida mulattiera saliva a Caviana: oltrepassato il crinale, nei pressi del luogo ora detto La Memoria, scendeva a Collina, quindi a Treppio. Almeno tre ore di cammino: il procaccia Antonino faceva il tratto Taviano-Treppio due volte al giorno. Di lui si ricorda che gli anni trascorsi a passare il valico della Collina di Treppio avevano lasciato il segno: il gelido vento dell’alpe gli aveva ‘corroso’ le orecchie.

Il servizio di Procaccia fra Taviano e Treppio, terminò a metà degli anni Trenta a seguito dell’ apertura della strada rotabile che collegava il paese della Limentrella con Badi e Taviano ed il successivo arrivo della corriera, che oltre ai passeggeri, trasportava anche il sacco della posta.
Il trasporto a spalla della posta continuò nel tratto compreso fra Treppio e Torri, centri che distano quasi due ore di impegnativo cammino.
Fortunato Palmieri ricorda di aver fatto anche lui questo lavoro: trasportava la posta a Torri ove suo padre Diletto era titolare dell’ufficio postale. Successivamente furono procaccia Rigo Antonini e Ines Matteoni, entrambi di Torri. Quest’ultima ha svolto il srvizio dal 1921 al 1955. Il servizio di procaccia, a piedi, è continuato per Torri fino al 1965.

A Torri, poi, c’era un portalettere.
I meno giovani ricordano Bettina Antonini che distribuiva la posta in tutti centri della valle della Limentra orientale escluso il Monachino, ove il servizio veniva effettuato solo due volte alla settimana.
In quel periodo la corrispondenza era tanta; c’era un fitto scambio di lettere ad esempio fra le famiglie residenti ed i giovani in servizio di leva e i congiunti emigrati in Maremma per lavori stagionali come boscaioli o pastori. Il sacco del procaccia era sempre pieno e molto pesante. Come se non bastasse i torrigiani ordinavano al procaccia l’acquisto di generi vari, non rinvenibili nel loro paese.

Relativamente ad Ines Matteoni il quindicinale “Gente della Montagna”, del 23 giugno 1958 pubblicava un articolo dal titolo: Premiamo l’operosità montana: La postina di Torri: 63.852 Km in 34 anni per servire la collettività. «Questa umile e tenace montanara, benché sia minorata nella vista sin dalla nascita, ha percorso giornalmente 20 Km recando sulle spalle una media di circa 10 Kg tra pacchi, stampe, corrispondenza e generi diversi. Poiché Torri è sprovveduto di telegrafo, di macelleria e di negozi di generi di prima necessità, oltre al compito specifico del recapito della posta, Ines Matteoni, ha provveduto di volta in volta ad avvisare il medico e la levatrice, a portare la carne per gli ammalati, e tante altre incombenze per il bene degli sperduti abitanti del suo paese. Tutti coloro che si sono rivolti a lei hanno sempre avuto quanto era loro necessario, perché la postina non ha mai lesinato in sacrifici. Bagnata, infangata, fradicia di sudore per aver compiuto spesso la mulattiera con la neve sino alle ginocchia, ma lieta di essere utile ai suoi compaesani che oggi la giudicano una donna veramente eccezionale, un simbolo, una creatura di rara umanità».

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Quando i comodi arrivarono a Torri

di Paolo Gioffredi

Per secoli la vita di Torri, come quella di tanti paesi della montagna, si è svolta sostanzialmente immutata, cadenzata dal duro lavoro nei campi e nei boschi, dalle migrazioni stagionali, e, sempre, segnata dai sacrifici, dalle privazioni, dalla precarietà del presente e dall’incertezza del futuro.
A partire dai primi decenni del Novecento con l’arrivo di alcune comodità qualcosa è cambiato sulle nostre montagne.
Si propone di seguito un elenco in cui è scandito questo inarrestabile ‘progresso’, che tuttavia, ne siamo consapevoli, ha avuto un suo prezzo.

Grammofono – 1919

Il primo fu acquistato da Francesco Matteoni; era un modello della Voce del Padrone, a cassetta e con grande tromba. Il fatto destò scalpore e gli anziani dicevano: ‘Cecco della Stella ha una cassetta con dentro un uomo che parla e canta. Che meraviglia!’.

Acqua corrente in casa – 1926

Per la prima volta fu utilizzata da Aronne Gioffredi in località La Fontanina, a poche decine di metri dal deposito; alle fonti comunali della Piazza, del Pero e di Casa Antonio arrivò tre anni dopo.

Apparecchio radio – 1930

Il primo fu acquistato dal parroco Don Leone Butelli.

Cucina economica – 1932

Comparve per la prima volta nella casa di Annetta Matteoni (dei Mercanti).

Illuminazione elettrica – 1934

In tale anno comparve in 24 abitazioni: molte famiglie furono invece costrette a rinunciare ad essa, risultando le spese per l’allacciamento troppo gravose. In località Torraccia essa fu disponibile solo a partire dal 1965.

Telefono – 1934

In tale data un telefono pubblico fu installato nella “Rivendita di sali e tabacchi” di Diletto Palmieri.

Patente di guida

Il primo a conseguirla fu Anchise Matteoni dei Mercanti.

Motocicletta – 1945

Fece la sua comparsa guidata da Bruno Matteoni, reduce dall’ultima guerra.
Egli giunse a Torri percorrendo sentieri e mulattiere, perché ancora non c’era la strada rotabile.

Fornello a gas, per uso domestico – 1950

Fu utilizzato la prima volta da Fortunato Palmieri.

Macchina da scrivere – 1950

Fortunato Palmieri utilizzò la prima macchina da scrivere da tavolo;
don Matteo Turchi, nello stesso anno, disponeva di un modello portatile.

Televisione – 1955

Il primo apparecchio fu quello di Gino Matteoni, della località La Caà.

Stanza da bagno – 1956

A Torri comparve, per la prima volta, nella abitazione di Guerrino Battistini.

Frigorifero – 1958

Il primo fu quello di Elda Palmieri.

Motosega – 1958

La prima motosega “leggera” che fece la sua apparizione nei nostri boschi fu quella di Iginio Gioffredi dell’Acqua.
Era un modello Dolmar CP e pesava 17 chilogrammi.

Prima automobile – 1959

Fu la FIAT Seicento di Adriana Gioffredi che giunse fino alla Lastruccia, e l’anno successivo nella piazzetta del paese.

Strada tagliafuoco – 1960

Congiungeva Torri alla Badia a Taona ed al Passo della Collina.
Fu il primo collegamento utilizzabile da automezzi per raggiungere Pistoia.

Strada per Lentula- 1965

In tale anno fu aperta al traffico la strada carrozzabile di collegamento con la “provinciale” di fondovalle.

Lavatrice -1969

Margherita Turchi fu così, la prima che rinunciò a lavare i panni nel pubblico lavatoio.

Quando a Torri c’erano gli spacci

di Paolo Gioffredi

Nella nostra epoca in cui le vendite avvengono in supermercati, ipermercati, o in centri commerciali aventi le dimensioni di una piccola città, per i nostri orecchi la parola ‘spaccio’ appare un termine un po’ desueto: affidiamoci quindi allo ‘Zingarelli’. «Spaccio: Negozio per la vendita al minuto spec. di generi alimentari».

Dopo la premessa diciamo che in passato gli spacci ebbero particolare importanza nei centri della Limentra Orientale, a causa soprattutto dell’isolamento di questi ultimi, che portava ad una forzata dipendenza dagli esercizi locali negli acquisti e negli approvvigionamenti effettuati dalla popolazione. Torri, ad esempio è stata raggiunta da una strada rotabile solo nel 1959: strada che proveniva dalla Badia a Taona e compiva un tortuoso ed accidentato percorso fra le montagne. La strada oggi comunemente usata, proveniente da Lèntula, è stata aperta solo nel 1966.
La memoria popolare ricorda che a L’Acqua di Cantagallo (borgata detta anche Il Turchi) c’era un’osteria gestita da un tale dal nome altisonante di Napoleone, mentre sulla sponda sinistra della Limentra orientale, in Comune di Sambuca Pistoiese, c’era il negozio di alimentari e vini di Dante Battistini.
A Lèntula i negozi di alimentari erano due: quello di Rino Battistini e quello di Silvio Simoni. Gli eredi di quest’ultimo proseguono tuttora l’attività di ristorazione con la trattoria Rossella.
A Torri, negli anni Venti c’erano ben sei spacci, i cui proprietari erano: Tobia Bruni, Berto Biolchi, Francesco Matteoni (dei Mercanti, così chiamato per il commercio di stoffe che aveva con la Maremma), Diletto Palmieri, Igigno Matteoni e Decimo Turchi.
La prima rivendita di sali e tabacchi fu alla Ciliegia, villaggio a valle di Torri, dove si vendeva di tutto, dagli alimentari alle candele, dal vino ai cocomeri durante l’estate.
Dopo gli anni Venti questi esercizi cominciarono a diminuire e negli anni Quaranta dopo la chiusura di Igigno Matteoni, che distribuiva i prodotti con tessera annonaria, aprì un negozio di alimentari Alessandro Bertinelli, conosciuto in paese con il nome di Giulio.
Tale negozio, in precedenza spaccio cooperativo, si trasformò in esercizio alimentare a conduzione privata, in cui trovarono lavoro i famigliari del titolare: la moglie Maria si occupava principalmente dell’impasto e della cottura del pane, i figli collaboravano al rifornimento del negozio e, con un cavallo, portavano la merce alle famiglie del paese e delle borgate vicine. Il cavallo veniva messo anche a disposizione della comunità, per il trasporto del medico condotto o della levatrice ad esempio. Alessandro Bertinelli oltre a questa attività, militava anche in politica al Comune di Sambuca e si è molto impegnato per l’apertura della strada per Torri. Nel 1960 a seguito dello spopolamento del paese, si trasferì a Pistoia con la famiglia dove continuò la sua attività con un negozio di generi alimentari.

Alla fine degli anni Sessanta a Torri cessò l’attività anche il negozio di alimentari di Anchise Matteoni (erede di Francesco Matteoni de’ Mercanti); l’attività dell’esercizio era seguita prevalentemente da Dina, la moglie di Anchise, mentre quest’ultimo faceva l’autista di camion, trasportando legna bianca di castagno, dalla quale veniva estratto il tannino, e le lastre di pietra che, estratte nelle cave di Torri, venivano collocate a Pistoia ove erano utilizzate per lastricare i vialetti dei giardini. Dopo la chiusura di tali due esercizi aprì un nuovo negozio di alimentari Silvana Turchi, la figlia di Decimo, che già dagli anni Trenta vendeva solo verdure e stoviglie.
Questo esercizio nella piazzetta del paese è rimasto aperto fino al 1998. Negli anni Settanta e per una quindicina di anni si assiste all’apertura di un piccolo bar gestito da Carubo Biolchi e da sua moglie.
Un bar molto particolare dove il caffè veniva fatto con la caffettiera che si usa nelle famiglie.
Nel 2004 ha chiuso i battenti anche il ristorante con alimentari gestito da Laura Gioffredi.
L’anno successivo, l’Associazione per lo sviluppo turistico di Torri, per poter garantire ai residenti ed ai villeggianti un punto di ritrovo, ha ristrutturato i propri locali che ora sono molto confortevoli e si è affiliata all’ARCI per poter svolgere le attività di bar pizzeria.

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Il mi babbo va a scaldare i piedi ai milanesi

di Paolo Gioffredi

Fino agli anni antecedenti l’ultima guerra il territorio del comune di Sambuca Pistoiese ha conosciuto una forte migrazione stagionale; la maggior parte degli uomini si recavano in Maremma, in Sardegna o in Corsica a fare i boscaioli o i carbonai. Nel dopoguerra, principalmente per la diminuita richiesta sui mercati del carbone vegetale, la migrazione stagionale prese una direzione diversa: nei mesi invernali molti, infatti, andarono a fare i “fuochisti” a Milano. Il loro compito era quello di curare il funzionamento delle caldaie per il riscaldamento dei palazzi milanesi.

Il lavoro iniziava alle cinque del mattino: un caffelatte e via in bicicletta per fare il “giro” di controllo ed alimentazione delle caldaie che continuava con brevi pause fino a tarda sera.
Ogni addetto aveva in consegna mediamente quindici caldaie. Il figlio di uno di essi sintetizzò in modo spiritoso questo lavoro con una battuta: “il mi babbo va a scaldare i piedi ai milanesi”.

Questo nuova attività che sostituì quelle tradizionali legate ai lavori nel bosco, nei campi, nei pascoli, ebbe inizio nel 1950 allorquando il torrigiano Ezio Palmieri accettò un incarico di fuochista a Milano, procuratogli dal fratello Fortunato, che a quell’epoca lavorava nel capoluogo lombardo.
L’anno seguente, era il 1951, sei operai di Torri seguirono le orme di Ezio e negli anni immediatamente successivi il loro numero aumentò fino a superare il centinaio. Fra essi anche giovani provenienti da altre località della montagna, quali Treppio e Fossato si dedicarono alla nuova attività.
Il lavoro era faticoso, ma relativamente ben retribuito: nella stagione a Milano si guadagnava di più che in un anno a Torri. Era una vita di sacrifici: i fuochisti dormivano nelle cantine accanto al monte del carbone, in locali senza nessun servizio igienico; il loro lavoro non conosceva festività o turni di riposo, senza contare che essi restavano per sei mesi lontani dalle loro famiglie.
Al ritorno a casa, a fine stagione, si dedicavano alle attività di sempre: il lavoro nei campi e nei castagneti, il governo degli animali, il taglio del bosco.
Fra i tanti torrigiani a Milano c€’erano anche Gianpaolo Tamburini allora quattordicenne, assieme al babbo, Enzo Antonini, Pietro Battistini, Onorio Biolchi e tanti altri
Molti fuochisti erano dipendenti della ditta di Giancarlo Casiraghi, il cui figlio, Stefano, salì all’onore delle cronache nel 1982, quando sposò la principessa Carolina di Monaco.
Questo flusso migratorio è continuato fino alla metà degli anni Sessanta, periodo in cui molti hanno definitivamente abbandonato il loro paese di origine sui monti della Sambuca; erano gli anni del ‘miracolo economico’ e per i fuochisti di Torri iniziava una nuova storia nelle fabbriche di Pistoia e di Prato.
Fu così infatti che Raffaello Gioffredi, fuochista a Milano per 15 anni, nel 1968 dopo aver conseguito la patente di conduttore di caldaie a vapore, si trasferì a Pistoia con la famiglia, continuando a fare il fuochista assieme ad Argante Gioffredi in una azienda tessile pratese.
Era pur sempre una vita dura, ma di positivo, rispetto a quella di Milano, oltre la vicinanza della famiglia, dei parenti e degli amici, c’era anche la vicinanza a Torri, paesello natio.

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Ha cento anni: portò i fuochisti a Milano

di Paolo Gioffredi

Nel mese di novembre 2009 in un pubblico locale della Collina pistoiese si è svolto un festoso evento conviviale. L’ occasione per questo lieto incontro furono i “cento anni” di Fortunato Palmieri, a cui tutti i compaesani, assieme ad Elda, Lia e Marcello, rispettivamente cognata e nipoti, a rappresentanti del Comune di Sambuca e dell’Associazione di Torri, vollero coralmente manifestare la loro simpatia, il loro affetto, la loro riconoscenza.
Negli ultimi venti anni è il secondo centenario che si festeggia per un abitante di Torri: Annina Antonini e Fortunato, a conferma di quanto affermava Palmieri stesso, che «l’aria di Torri fa vivere a lungo».


Fortunato Palmieri nasceva a Torri, in Comune di Sambuca pistoiese, il 27 novembre 1909; era il primo di cinque fratelli: Fernando, Ezio, Ermanno, Romelia.
Trascorse l’ infanzia e la prima giovinezza nel natìo “paesello”, come egli chiama Torri; a venti anni, arruolatosi nel corpo della Guardia di Finanza, emigrò verso Milano.
Nel capoluogo lombardo ebbe modo di conoscere vari impresari, fra i quali Giancarlo Casiraghi, destinato a divenire, nientemeno! il suocero della Principessa Carolina di Monaco.
Poiché per i condomìni milanesi erano necessari degli addetti alla manutenzione delle caldaie di riscaldamento, funzionanti a carbone, Fortunato si assunse con il Casiraghi l’ impegno di procurargli operai abili e volonterosi.

Fu cosi che i torrigiani iniziarono a spostare la loro attività dalle “piazze da carbone” nelle macchie appenniniche, ai mucchi di carbone coke nei palazzi milanesi.
Correva l’anno 1950, quando il primo torrigiano, Ezio Palmieri, accettò la proposta di Fortunato e divenne il primo “fuochista” torrigiano a migrare a Milano. L’ anno successivo sei operai di Torri seguirono le orme di Ezio e negli anni seguenti il numero aumentò fino a superare il centinaio. Fra loro anche giovani provenienti da altre località, quali Treppio e Fossato.

Quello del fuochista era un lavoro duro e faticoso; sei mesi senza ferie, naturalmente, e si lavorava anche nei giorni festivi. Tuttavia questa attività, che si è protratta per una ventina di anni, permetteva a questi migranti stagionali di ottenere una buona paga e di garantire alle loro famiglie un migliore tenore di vita.
Fortunato si sposò con la signora Lina di Chiavenna, località lombarda in provincia di Sondrio: dal matrimonio nacque una figlia, che purtroppo venne a mancare in giovane età. Per onorare la memoria della giovane, Fortunato acquistò un terreno a Torri per edificarvi una scuola per i ragazzi del paese, intitolando la struttura alla figlia Adele Maria Palmieri.
Da alcuni decenni, stante lo spopolamento del paese, la scuola è stata chiusa, ma il fabbricato è stato acquistato dall’Associazione di Torri per farne la propria sede e, più recentemente, un frequentato punto di ristorazione.
Benché la sua vita si svolgesse lontano da Torri, egli fu sempre sensibile ed attento ai problemi del “paesello”. Si è sempre battuto per superare il suo storico isolamento e in ogni occasione evidenziava la necessità di tracciare una strada rotabile di collegamento con il fondovalle. Fu una dura battaglia: ad un certo punto, poiché non si ottenevano risultati, propose perfino la costruzione di una funivia. Forse anche grazie a Fortunato, il paese si può raggiungere oggi con ben tre strade, anche se di fatto solo una è asfaltata ed oggetto di normale manutenzione.

Un’ altra iniziativa da lui promossa fu la costruzione del Vivaio ittico di Ponte a Rigoli all’Acquerino. Ha sempre creduto, già dagli anni Settanta nell’ idea e nella opportunità di un Parco naturale che comprendesse le valli della Limentra orientale e della Limentrella.
Ha sempre proposto e promosso questa possibilità coinvolgendo persone, associazioni ed istituzioni. Dobbiamo sottolineare la lungimiranza di Fortunato, che ha purtroppo perso questa “battaglia” ed oggi ci troviamo così a rinunciare a tutti quei vantaggi, ambientali ed economici, che un Parco avrebbe potuto creare.  È stato attivo nella gestione dello stabilimento Acqua Lentula, che da qualche anno ha chiuso i battenti. Espose i suoi ideali ed i suoi progetti collaborando con giornali e riviste: ne La Nazione, che lo ha definito in questo anniversario « un uomo di altri tempi » in particolare, comparivano spesso scritti aventi come temi il Parco regionale, lo sviluppo della montagna ed in particolare il suo “paesello”.
È stato il principale punto di riferimento per chi volesse conoscere o studiare Torri, la sua storia, la sua lingua, le sue memorie.
Ha collaborato con l’Associazione per lo sviluppo turistico di Torri, ed è sempre stato a fianco di tutti quelli che in qualche modo volessero promuovere le bellezze naturali ed artistiche della montagna, purtroppo ancora afflitta dal grave problema dell’emigrazione.
I suoi punti di riferimento sono sempre stati Torri e la foresta dell’Acquerino.

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E se tra i mille ci fosse un nostro antenato?

 di Franco Paoletti

Scorrendo l’elenco ufficiale redatto dal ministero della Guerra, abbiamo trovato, al numero 722, un certo Palmieri Palmiro di Fortunato nato a Montalcino, il 2 marzo1841 e morto in Orbetello il 3 aprile1871. Il Cognome ci ha fatto tornare alla mente i Palmieri di Torri. Chissà se questo Palmieri fosse imparentato con il ramo Torrigiano.
La nostra ricerca nasce dal fatto che a Torri abbiamo Fortunato Palmieri nato nel 1910 ed ancora vivente ed incuriosisce che il nostro Palmiro risulti di Fortunato.
Ci siamo messi a cercare notizie ed una prima traccia sulle sue origini Pistoiesi l’abbiamo trovata negli scritti di Carlo Paiotti, cultore di storia Pistoiese, che scriveva in un articolo del 1960 di essere a conoscenza della presenza, nell’elenco dei 1089 volontari che seguirono Garibaldi, di un altro pistoiese tale Palmieri Palmiro, ma di non saperne di più. Restava però il fatto che quest’uomo era nato a Montalcino. Ci siamo rivolti ad un appassionato studioso di storia di Montalcino chiedendo se questo cognome fosse comune della zona. La risposta è stata negativa, ma contemporaneamente ci ha segnalato la presenza di molti lavoratori stagionali, boscaioli e carbonai di provenienza pistoiese presenti nell’area e ci ha confermato di alcune nascite registrate nel comune di figli di questi lavoranti. Il dubbio rimane, anche se l’amico Michele Piccione di Sori (Ge)ci ha messo a disposizione un libro pubblicato a Genova nel 1876, una cronistoria della spedizione dei mille con annesso elenco circostanziato dei partecipanti, nel quale, sotto il ritratto del nostro Palmiro appare la scritta “Pistoia”.
La nostra ricerca è proseguita consultando persone anziane di Torri e persone che portano il cognome Palmieri, ma non siamo riusciti a trovare una risposta.
Rimaniamo con il nostro dubbio e saremmo grati se qualcuno ci aiutasse a capire chi è veramente Palmiro Palmieri di Fortunato.