Si va a ricogliere

di FRANCO MATTEONI

Il castagneto del Volotto dista dal paese un quarto d’ora a piedi, percorrendo la mulattiera che da Torri conduce a L’Acqua.

Oggi si deve andare a ricogliere perché le castagne sono cascate quasi tutte sulle roste, già belle pulite come il pavimento di casa. Appena tornato da scuola, ho lanciato la cartella in un angolo del pavimento della cucina, (ho mangiato la refezione preparata dalla Leonetta in classe, nel tegamino di smalto rosso col manico), mi sono levato il grembiule nero e il fiocco azzurro – tutto sgualcito – e sono partito con le mie sorelle, allegro per la novità, con il rastrellino di legno sulla spalla e la sacchetta col cavicchio infilata nella cintura dei pantaloni.

È una bella giornata di fine di ottobre, c’è un bel sole, l’aria, già frizzante, stimola la voglia di correre e saltare. Da pochi giorni ho messo i pantaloni lunghi di lana e sento le gambe belle calde e protette, anche se, rispetto ai calzoni corti, un po’ legano nei movimenti. Le mie sorelle hanno ognuna un rastrello grande, la sacchetta e golfini e gonne di lana. La mamma è già andata nel castagneto per rifinire le roste e bruciare le foglie secche e i cardi. Bisogna sbrigarsi perché il babbo sale da L’Acqua coi muli per caricare le balle piene di castagne e portarle al nostro seccatoio prima che faccia buio. Passando dal Volotto salutiamo Lessio, vestito con giacca e pantaloni di velluto e un cappello nero a falde. Gli chiedo dove sono la Nerina e la Bianchina, lui mi risponde che sono nella stalla a mangiare il fieno; vorrei andare a vedere le due pecore ma non c’è tempo, dobbiamo sbrigarci. Continuiamo a scendere per la mulattiera, passando sotto alla casa e al seccatoio del Volotto.

Guardando sotto strada, vediamo la mamma intenta a rastrellare le foglie e buttarle su un monticello fumante: gli urlo che stiamo arrivando e lei ci saluta sorridendo. Addosso al tronco di un castagno ci sono alcune balle già piene di castagne: ci metto le dita dentro e ne sollevo una brancata: sono belle lucide, alcune scure e piccole, altre grandi e marrone chiaro, altre ancora di un colore rossiccio. Comincio da una rosta dove ci sono tante castagne, mi piego in avanti e le raccolgo con due mani e le butto nella sacchetta che pian piano si gonfia e penzola sempre più pesante tra le gambe; quando è colma fino all’orlo vado svelto verso il castagno dove ci sono le balle e svuoto la sacchetta, poi, correndo, torno alla mia rosta e continuo a raccattarne. Ci sono anche dei cardi semiaperti da cui si affacciano -o si nascondono- le castagne che non sono uscite cadendo: infilo un dito nella fessura ma mi buco e lo tiro via, poi ci riprovo aprendo il cardo col bordo della scarpa. Sento dei tonfi fitti qua e là, tutto intorno: sono i cardi che cascano e li vedo rimbalzare sulla terra mentre le castagne escono. Ora ci sono tanti cardi semiaperti, li batto col dorso del rastrellino per farli aprire del tutto, poi raccolgo le castagne e riempio un’altra sacchetta che corro a vuotare nella balla: voglio battere le mie sorelle. Però è faticoso e ho le dita rosse dalle punture dei cardi e quasi quasi mi fermo a riposare. Al viaggio successivo mi metto a sedere con la schiena contro una balla, la sacchetta ancora piena tra le gambe, appoggiata sul muschio. Ho fame, chiamo le mie sorelle: la merenda è lì, nel tascapane, sopra la balla. Prendo due fette di pane con la frittata di patate dentro e me le mangio con gusto mentre guardo per aria quegli alberi alti, con i rami quasi spogli che si protendono verso il cielo azzurro.

Mi piace il castagneto, in questo periodo è vivo, si sente la gente chiacchierare, qualcuno chiama, una voce di donna stridula prende in giro un uomo provato dalla fatica; qualcuno passa piegato in due dalla pesante balla che porta sulla schiena. Penso che siamo fortunati ad avere i muli che ci portano i sacchi in paese.

Arriva il babbo! Fiorello, il cavallone nero con la stella bianca in fronte, guida la fila dei muli e si ferma vicino ai sacchi. Corro dal babbo che mi chiede quante castagne ho raccolto e io gli faccio vedere la mia balla quasi piena, è contento di vedermi. Tira il cavallo per la cavezza e lo fa avvicinare, poi apre gli ancini incrociati sul basto, la mamma arriva e lo aiuta: mentre lui si piega in avanti e mette la testa e le spalle, quasi fino a toccare terra, contro una balla piena, lei la solleva dall’altro lato finché il babbo ha il sacco sulle spalle. Si dirige verso il basto, scarica la balla di traverso sugli ancini: il basto si abbassa verso terra, il cavallo però se lo aspetta e punta le zampe per non ribaltare. Poi, messa un’altra balla dall’altro lato, il babbo lega con le corde i sacchi al basto. Intanto Gino ha caricato un mulo e il babbo va ad aiutarlo a caricare il secondo mulo. Io osservo le bestie mansuete che aspettano tranquille sgranando le castagne tra i denti gialli e potenti. Vorrei salire sul cavallo, ma è troppo alto per me e mi fa un po’ paura. Per oggi la ricoglitura è finita, prima di buio bisogna arrivare in paese per scaricare i sacchi e riempire il seccatoio. Sono sfinito, sulla salita prima dei Prà inciampo e quasi cado, la mamma e il babbo ridono, le sorelle mi prendono in giro. Intanto i muli salgono sulla ripida salita, ondeggiando i basti e a strattoni; mandano avanti la testa e il collo, come volessero prendere delle brevi rincorse. Fiorello è in testa e procede da solo senza bisogno di essere guidato, conosce la strada a memoria, il babbo sta dietro, ogni tanto affianca un mulo per tirare un canapo o aggiustare un ancino. Finalmente arriviamo in paese, il babbo e Gino scaricano il cavallo e i muli e portano le balle sull’aietta, vicino all’ingresso del seccatoio. Dal buco di una pietra della parete, vicino alla gronda del tetto, esce del fumo grigio: è un sasso scalpellinato a formare un sole, il buco tondo al centro, con dei raggi intorno. Ma il fumo esce anche dalle lastre del tetto e dalla finestra che guarda la piazza, al cui davanzale è appoggiata una scala a pioli in legno. Vedo uno che sale sulla scala portando sulla spalla un corbello colmo di castagne, che regge con un braccio, mentre con l’altro si regge; delle braccia spuntano all’improvviso dalla finestra e prendono il corbello che riappare poco dopo vuoto, l’uomo scende e se ne carica sulla spalla un altro: è un via vai continuo di corbelli pieni e vuoti.

Intanto il cavallo e i muli sono stati scaricati, rifatti i canapi e aggiustati i basti, Fiorello si volta: va verso il lavatoio del Pero, i muli dietro, come carri di un treno: vanno a bere alla pilla, la loro giornata di lavoro, per oggi è finita. Per gli uomini no, continuano a scaricare corbelli nel seccatoio. Scendo a vedere chi c’è dentro: non si vede niente, solo una cappa di fumo che ristagna all’altezza dell’architrave della porta e il bagliore di un fuoco dove bruciano lentamente dei grossi ciocchi di legna di castagno. Entro e sento delle voci, vedo il viso della nonna Annetta illuminato dai deboli bagliori del fuoco, è seduta su una seggiola bassa e sta filando la lana con la rocca, mi chiama e mi dice di entrare. C’è un bel calduccio dentro, però gli occhi mi bruciano, mi lacrimano, devo abbassarmi per non respirare il fumo, mi accosto con la schiena alla parete e vedo altre donne che sferruzzano e chiacchierano. Mi siedo sulla panca e mi scaldo le mani e i piedi.

Sopra le nostre teste si sente un rumore sordo, come uno sfregamento, un rotolìo di castagne. La nonna mi chiede quante ne ho fatte; tante, rispondo. Ora il caniccio sarà quasi pieno. Attizza il fuoco, mi dice la nonna, butta su quell’altro ciocco ché, se si spenge il fuoco, addio bene mio! Esco perché gli occhi mi bruciano troppo: fuori è quasi buio, corro verso la piazza per vedere se c’è qualche ragazzo, ma non c’è nessuno. Fiorello sta tornando dall’abbeverata e, seguito dai muli, scende la breve stradina che porta alla stalla, dove Gino e il babbo stanno aspettando. Gino fa entrare il cavallo nella stalla, gli slaccia il sottopancia e la cinghia davanti; per togliere quella di dietro, a forma di cappio, prende la coda e la tira in alto per liberare la cinghia, poi solleva il basto inarcando la schiena e buttando il corpo all’indietro, si gira e lo posa su un tavolaccio; Fiorello sta fermo, ogni tanto ha come un fremito e nitrisce piano, e batte gli zoccoli sul pavimento, quasi a dire a Gino: sbrigati che voglio andare alla greppia. Intanto il babbo è salito in capanna, lo raggiungo e vedo che prende una forcata abbondante del fieno dal monte – arriva fino al tetto della capanna – e la butta giù nella greppia; poi prende un secchio e comincia a tirare su l’acqua col palmo della mano e con gesti rapidi la butta sul fieno nella greppia, tenendo il secchio tra le gambe lo innaffia in modo uniforme, andando avanti e indietro sul pavimento di tavole: sai mi dice, il fieno umido lo mangiano meglio le bestie. All’improvviso le gambe mi fanno “Diego Diego”. Babbo, sono stanco vado a casa. Ora vengo anch’io, dice.

Mentre trascino le gambe sulla salitina, dalla stalla a casa, penso a come fanno il babbo, quegli uomini e quelle donne, a resistere tutti i giorni a fare dei lavori così faticosi.